Non si vuole dire che, come nel Colosseo, gridare PRAVUS – poi BRAVUS – poi BRAVO, sia pieno di quella consapevolezza etimologica che indica il voler chiedere al gladiatore più sangue, più coraggio, più violenza; ma PRAVUS significa cattivo, audace, sprezzante del pericolo.
Passati secoli e scomparsi, formalmente, i gladiatori, il volgare ha sostituito il latino e l’italiano il volgare, rendendo tutto più generico e contestualizzabile in maniera differente. “BRAVO!” diciamo allo sportivo che riesce in un intento, “BRAVO!” diciamo all’alunno che prende un bel voto, “BRAVO!” al nostro calciatore quando segna un gol o para un rigore.
L’audacia, il coraggio, lo sprezzo del rischio e il superamento dei limiti, però, non sono figli naturali solo del risultato ottenuto, sono anche figli dei tentativi e dei conseguenti errori che quell’obiettivo ha richiesto.
Tentativi ed errori. Nel calcio ci sono un numero 35 volte superiore di tentativi che confluiscono in errori rispetto a quelli che portano ad un risultato positivo, essendo un sport di mossa e contromossa addirittura possono esserci situazioni in cui nello stesso momento una squadra/giocatore raggiunge la “Quest” tattica e l’altra la fallisce.
Chi è BRAVO quindi, in quel caso? Chi ha avuto quel “coraggio” gladiatorio che lo ha portato a tentare il raggiungimento del suo obiettivo?
Anche di questo, secondo me, dovrebbe occuparsi un tecnico di calcio giovanile nel suo personalissimo modo di fare comunicazione con il suo gruppo.
Entrare a pieno nella testa dei giocatori significa creare un tessuto di NON detto che sarà garanzia di grande autorevolezza nel rapporto con il giovane atleta; saper dire BRAVO e non saperlo dire fa una differenza mostruosa nella nostra credibilità di tecnici, saper leggere le intenzioni, la fantasia e non regalare parole soltanto “riempitive” rafforzerà un legame di fiducia e stima che non potrà mai rompersi nel tempo.
Quindi BRAVO non si regala, si merita. E noi dobbiamo essere in grado di leggere dentro la testa dei giocatori, non soltanto vederne le capacità difensive o realizzative.
Il centrocampista centrale riceve da destra, orienta il corpo controlla e gioca a sinistra ma sbaglia l’appoggio.
Magari si prende pure il contropiede. Magari anche gol. Magari perdiamo 1 a 0. Siamo in grado di avere la lucidità di dire BRAVO a quel centrocampista facendogli capire che ci crediamo che lui ha fatto la scelta giusta, seppur con esecuzione sbagliata? Siamo in grado di discernere mente e corpo a tal punto da saper indicare la corretta valutazione di una scelta tattica?
Dobbiamo saperlo fare. BRAVO, si dice. Si deve dire, a bisogna essere convinti che sia il modo per far crescere un giovane atleta.
Viceversa, siamo in grado di non regalare BRAVO in maniera indiscriminata per evitare che la squadra sia assuefatta alla nostra voce e ai nostri complimenti sempre uguali?
Ogni passaggio non merita un BRAVO come fossimo al circo, ma ogni parola in quel parola oppure ogni silenzio va ben valutato per dare più enfasi alla giocata – riuscita o meno – che lo merita. Riempire un atleta di fiducia significa renderlo migliore, riempire un atleta solo di elogi (magari a uno sì, all’altro no) significa creare presunzioni future.
BRAVO, dunque. Chi pensa, chi ragiona, chi lavora per sé stesso e per gli altri con la stessa passione, BRAVO a chi perde palla e la cerca di riconquistare, BRAVO a chi fa segnare il compagno, BRAVO ai difensori che ne prendono sempre di meno, BRAVO al portiere quando fa un tuffo eccezionale ma prende gol.
BRAVO alla testa, non solo ai piedi.

di Daniele Andreozzi